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Un pennello freudiano. Alice Neel a Bilbao

Un pennello freudiano. Alice Neel a Bilbao
Da: Arte Pubblicato In: Ottobre 11, 2021 Visualizzato: 81

Un pennello freudiano. Alice Neel a Bilbao

Al Guggenheim Museum di Bilbao la prima grande retrospettiva europea dedicata ad Alice Neel. 100 opere per conoscere la Vivian Maier della pittura

Il Whitney, su cui si può contare perché faccia cose sbagliate, ha dedicato una mostra personale ad Alice Neel. I cui dipinti (possiamo essere ragionevolmente certi) non avrebbero mai ricevuto quell’onore se fossero stati realizzati da un uomo. La situazione politica richiedeva che una donna avesse una mostra. E sicuramente i dipinti di Alice Neel sono stati giudicati sufficientemente bizzarri, per non dire inetti, da qualificarsi come qualcosa di ‘stravagante’“. Questo scriveva Hilton Kramer, l’allora potentissimo critico del New York Times, all’indomani della retrospettiva dedicata alla Neel dal Whitney Museum. La mostra che di fatto rivelava al mondo l’esistenza di questa artista, fino ad allora alquanto appartata, almeno per la scena dell’arte ufficiale.

 

 

E questo episodio dice molto, dell’ambiente sul quale si affacciava la pittrice americana, nata a Merion Square, Pennsylvania, nel 1900. Dice intanto di una società in cui il maschilismo regnava ancora incontrastato, indifferente alle rivendicazioni dei movimenti femministi pur da diversi anni attivi. Dice della prosopopea di certi personaggi chiave, che dal più importante quotidiano del mondo si permettono di dileggiare uno dei più importanti musei americani. E dice del clima che si preparava ad “accogliere” un’artista sostanzialmente sconosciuta, come la Neel. Che del resto si permetteva il lusso di ignorare le sirene dell’Espressionismo Astratto, del Minimal-concettuale e della Pop Art, per restare ancorata alla pittura figurativa.

 

Due esistenze

Ma c’è un altro dato, anagrafico, che la dice lunga: ovvero l’anno della mostra e della feroce critica, il 1974. Alice Neel si presentava dunque al mondo dell’arte-che-conta all’età di 74 anni. E qui – ci perdonerete una certa schizofrenia narrativa, ma ci viene bene – si affaccia già un parallelo che intendiamo intavolare: quello con la grande fotografa Vivian Maier. Quest’ultima, letteralmente – e casualmente – scoperta quando di anni ne aveva già 81, nel 2007. Due esistenze dedicate alla percezione e alla sublimazione del mondo in opere d’arte, condotte – in modalità diverse – nel silenzio di vite “normali”, lontanissime dai riflettori che oggi le investono. Una – la Maier – sarebbe addirittura morta, nel 2009, senza sapere che qualcuno stava lavorando per rivelarla come un genio della fotografia del novecento.

 

Ma c’è un altro aspetto, decisamente più pregnante, che ci fa ora accomunare i due personaggi. E che emerge con evidenza grazie alla prima grande retrospettiva europea dedicata ad Alice Neel, appena inaugurata – fino al 6 febbraio 2022 – al Guggenheim Museum di Bilbao. Ed è lo sguardo che le due artiste gettano sul mondo: un mondo riflesso nei caratteri, nelle identità, nella forza espressiva degli esseri umani che lo abitano. Prima le persone, recita del resto il titolo della mostra spagnola.

 

Non ci dilungheremo in questa sede sulla parabola creativa di Vivian Maier: oggi accettata come una sorta di preconizzatrice della street photography. Autrice di foto della vita quotidiana di città come New York, Chicago o Los Angeles, nelle quali l’umanità ha una posizione centrale. Nei frequenti – spesso “rubati” – ritratti, come nei moltissimi autoritratti, la fotografa riesce a penetrare nell’animo del soggetto, facendone il fulcro del proprio atto creativo.

 

Dipinti, disegni e acquerelli

Una cronaca della vita filtrata dal metabolismo umano, non cruda rappresentazione. La stessa che emerge come il carattere più potente nell’opera della Neel, analizzata con la ricca selezione di opere – circa un centinaio tra dipinti, disegni e acquerelli – proposta dal Guggenheim. Il museo, in verità, fedele alla voga politically correct ormai dilagante nella società e nella cultura americane, tende a rimarcare gli aspetti sociologici – certo fondamentali, ne parlavamo in questa anticipazione – del fenomeno Neel. Il suo impegno contro ogni discriminazione razziale, la sua partecipazione ai fermenti per l’emancipazione della donna e a quelli per la liberazione sessuale, la sua insofferenza per la condizione sociale degli svantaggiati. Leggendo anche i ritratti – tema ampiamente dominante nell’opera dell’artista – come anelli di un corpus interamente votato alla socialità.

Ma sarebbe miope negare che questa pittura va molto più a fondo della superficie, riuscendo a carpire e a restituire l’identità del soggetto, le sue inquietudini interiori, il suo smarrimento, le sue paure. Anche i suoi vezzi, in molti casi. Personaggi incontrati nella sua esistenza quotidiana, amici di famiglia, o vicini di casa nell’amata Spanish Harlem di New York. Street Painting, azzardiamo, per rinvigorire il parallelo con la Maier. Un pennello freudiano – Sigmund, non Lucian – capace di una penetrazione psicologica della quale non riusciamo a immaginare eguali, nella pittura recente.

 

Fare cultura

Non mi ritengo propriamente un’espressionista”, diceva del resto Neel in una conversazione nel 1971, “perché non credo alla soggettività. Credo che quando dipingi, faccio un esempio, una persona di colore, devi riuscire a mostrare le differenze nella sua posizione, proprio come la posizione sociale di ognuno lo fa sembrare diverso”. Grazie al Guggenheim, scopriamo un’artista che non pretendeva di fare cultura con la sua pittura. Cercava la cultura negli altri, e la faceva diventare pittura. Questo è quello che dovrebbero fare i grandi musei. Fare cultura, piuttosto che raccattare sul “mercato” quella già fatta da altri…

www.guggenheim-bilbao.eus

 

Girovagando

Massimo Galfano

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