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Ritrovarsi ad 83 anni in un ps di un noto ospedale romano ed essere considerato un “ vecchio orologio”

Ritrovarsi ad 83 anni in un ps di un noto ospedale romano ed essere considerato un “ vecchio orologio”
Da: Girovagando Pubblicato In: Settembre 22, 2023 Visualizzato: 1755
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Ritrovarsi ad 83 anni in un ps di un noto ospedale romano ed essere considerato un “ vecchio orologio”

Lavorare una vita intera per ritrovarsi ad 83 anni in un ps di un noto ospedale romano ed essere considerato un " vecchio orologio" che ormai non vale la pena riparare farà accapponare la pelle anche al più cinico di voi.
Questo è accaduto a mio padre, il 25 Agosto. Un ottantatreenne ancora attivo e lucido. Fino all'11 Agosto, giorno di chiusura per ferie, l'ultimo ad andar via dalla sua amata azienda creata a vent'anni a Roma dopo essersi spostato dalla sua adorata Palermo.

 

Attilio Giambertone

Ormai gli anziani sono un peso per la società, sono considerati solo un costo, un numero di previdenza sociale a cui erogare una pensione che grava ormai troppo sui conti pubblici. Ma quel numero è un padre, un marito, un fratello, uno zio. Se state pensando che questo accada solo agli anziani ... beh vi state sbagliando, perché accade anche a persone sessantenni reputati incurabili e quindi dimessi. Dimessi perché, con un'aspettativa di 2 mesi di vita, è meglio lasciare il posto a chi più giovane è più facile da  curare/guarire ( ps: la moglie del sessantenne, dimesso con prognosi infausta da un altro ps romano, si è messa in treno ed ha chiesto ad un famoso urologo al Nord di confermare la diagnosi. Il sessantenne è stato operato pochi giorni fa. I medici che ricordano ancora le parole del giuramento di Ippocrate non mollano.)

 

Per quanto riguarda mio padre ci hanno lasciati 8 ore in un prefabbricato, adibito a sala d'attesa, senza alcuna notizia, otto interminabili ore . Da lì vedevamo solo vigilantes, nessun dottore. Dalle 8 del mattino il primo e unico contatto con un medico  è stato alle ore 16,03. Fino a quel momento solo decine di telefonate di mio padre che ci supplicava di riportarlo a casa il prima possibile perché era da ore abbandonato a sé stesso e aveva sete. Nessuno si era avvicinato a lui per poter chiedere un pò d'acqua. Il contatto telefonico con la dottoressa R.S., che poi è stata definita dai colleghi brava ma poco empatica è stato brevissimo. Poche parole per invitarmi, da sola, ad entrare in quello che ai miei occhi è sembrato un girone dell'inferno. Mi domando ancora oggi come medici e paramedici  accettino di lavorare in condizioni simili ad un ospedale di campo a Kabul, e mi domando se i nostri politici abbiano mai fatto un giretto ad un pronto soccorso.

 

Vi risparmio il racconto delirante e pregno di onnipotenza, il tono sprezzante nel paragonare mio padre ad un vecchio orologio. Vi dico invece che alla fine dei suoi sproloqui mi ha comunicato che il mio amato genitore sarebbe stato spostato  ad un reparto di medicina generale. Che con qualche flebo lui già si sentiva meglio, al punto da tirarsi su e mettersi seduto sulla brandina ( mio padre si era messo in piedi perchè non riusciva a respirare). Ha aggiunto, con un certo sadismo, che il reparto poteva essere in un qualsiasi ospedale del Lazio perché a decidere lo spostamento sarebbe stata la Regione. Prima di congedarmi decido di osare e chiedere all'arpia di entrare un secondo per dare un bacio a mio padre. Avevo messo in conto un diniego ma non immaginavo di vederla trasformare in una Erinni. Un'ora dopo, venivo chiamata al telefono e informata che stavano cercando di rianimare mio
Padre. Alle 17,35 la telefonata che non ci saremmo mai aspettati.

 

Scrivo questa lettera al direttore, a tutti voi e a chiunque possa fare qualcosa non per mio padre, che ormai non c'è più ma per chi ancora avrà bisogno di un ps. Quando R.S. con accanto un cardiologo mi ha convocata per spiegarmi tecnicamente cosa fosse accaduto ho detto loro che mi aspettavo ore e ore prima questa spiegazione e che regalavo questo " prezioso" scampolo di tempo a qualche parente che attendeva notizie dentro quel gulag che definiscono sala d'attesa.
Dentro quel triste prefabbricato ho assistito insieme ai miei fratelli e alla nostra anziana mamma a lunghe telefonate di altri parenti con il personale del p.s. Telefonate in cui, davanti a tutti, erano costretti a raccontare cose private dei propri cari e perfino dati sensibili. Sempre più spesso sentiamo ai TG di persone che "sbroccano"  ai pronto soccorso. Ho sempre criticato la violenza ma ci vuole un grande equilibrio per mantenersi civili di fronte a tanta arroganza. Se non fosse stato Agosto mio padre sarebbe stato curato a casa dal suo geriatra o comunque nell'ospedale dove lui presta servizio. Nel nostro paese paghiamo le tasse ma per quello che riguarda sanità ed istruzione meglio pagare privatamente. Il nostro è ormai un paese per ricchi dove ipocritamente ci fanno credere che sanità e istruzione sono uguali per tutti. Gli Italiani, i giovani Italiani emigrano lasciando il posto ad altri immigrati meno qualificati e con una cultura diversa... io credo di aver capito cosa sarà l'Italia tra 30 anni... per fortuna io sarò già in un'altra dimensione.

 Zina Giambertone

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